Lo so, di base qui ho deciso di scrivere esclusivamente di cose che mi piacciono ma non riesco ad iniziare in altro modo se non esprimendo il mio totale disprezzo per gennaio. Gennaio ti odio, mi resti pesante come l'ennesimo panettone da smaltire.
In realtà ciò che mi turba davvero è l'approccio a questo mese in cui bisogna obbligatoriamente chiudere con il vecchio e rincominciare con roba nuova, spalancare tutti i portoni, diventare altro.
Non riesco a capire, mi piacerebbe vedere tutto come un flusso continuo e stop: calendari, pronostici, festeggiamenti, classifiche, oroscopi, buoni propositi sono solo espedienti piccoli per mettere ordine e logica a questo tempo che - non so gli altri mi pare che riescano a fare tutto perfetto - a me sfugge un casino.
E poi soprattutto ora non mi interessa fare ordine. Non mi interessa iniziare niente né far partire niente né terminare niente perché io ora sono stanca. Sarà la creatura ursina che mi fa da spirito guida ma insomma: è inverno da meno di un mese per la miseria, dovrei essere nel pieno del letargo (ok in realtà l'orso non va davvero in letargo ma beh, una leggera quiescenza la trovo sufficiente).
È la natura che me lo chiede, chi se ne frega dell'anno nuovo, lasciatemi in pace.
Non trovo al momento nulla di più rappresentativo della serie Absence of Water di Gigi Cifali per mettere nero su bianco il dramma esistenziale da sedicenne che mi sto trascinando come una scema dall'inizio dell'anno.
Certo come introduzione può risultare un po' svilente ma basandomi sulla mia angoscia/fascinazione verso il tempo, che si traduce in angoscia/fascinazione verso i luoghi abbandonati, trovo questa serie perfetta.
Negli anni questa estetica dell'abbandono è diventata parecchio di tendenza, la gente a momenti si uccide per l'avventura di penetrare in un edificio fatiscente e caricare qualche scatto su instagram, ma è pur vero che fare delle belle foto di luoghi dimenticati dall'uomo non è così immediato come pare e i risultati spesso non rendono affatto.
La fotografia di Gigi Cifali invece rende eccome: oltre al particolare lavoro di ricerca è riuscito mostrare la desolazione, la malinconia, l'ineluttabilità della fine come pure la neutralità della natura che - viva - coglie sempre l'attimo in cui tornare.
Sa raccontare di un passato comunitario, di benessere, di vita (l'acqua) ormai scivolata via come un utero dimenticato ormai svuotato, non più sicuro. E poi anche forse di giovinezza: piscina-acqua-adolescenza-morte, nemmeno a farlo apposta sono elementi assimilati nel mio primo film dell'anno, un film bellissimo di cui parlerò a breve.
Appena la smetto con le pippe mentali.
Che poi ho sempre odiato le piscine.
E buon 2016 a me.





